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FARE L'OPERATORE UMANITARIO: I CANALI PER LAVORARE NEL SETTORE

Il recentissimo terremoto che ha colpito Haiti è solo l’ultima catastrofe naturale. Nel 2004 lo tzunami ha il suo epicentro nell’Oceano Indiano; nel 2008 il terremoto colpisce la Cina; nel 2009 è l’Italia a tremare. I disastri naturali che colpiscono i paesi poveri assumono contorni ancora più tragici perché spezzano equilibri politici già precari e distruggono economie nazionali deboli.
Dopo lo shock della distruzione e della morte subentra la disperazione del vuoto: mancanza di acqua, di un tetto, di cibo, di lavoro: questi sono i pensieri che assalgono i sopravvissuti. Il periodo immediatamente successivo alla calamità naturale è decisivo ed estremamente delicato da gestire. Gli aiuti nazionali ed internazionali cominciano a muoversi. Ma chi sono i professionisti delle emergenze? Come si diventa operatore umanitario? Quali sono i canali per iniziare a lavorare nel settore?
Innanzi tutto è opportuno chiarire che non si tratta di un percorso professionale ordinario; partecipare ad un intervento di emergenze rappresenta un punto di arrivo e non di partenza. La calamità naturale è un evento straordinario che richiede professionisti altamente specializzati capaci di agire in maniera autonoma all’interno di un team. Per capire chi è l’operatore umanitario ci si deve domandare quali sono le necessità fondamentali dei sopravvissuti ad un disastro naturale. Prima ho accennato all’acqua, al cibo ad un riparo. In questa primissima fase intervengono gli esperti di logistica per coordinare l’invio e la distribuzione del cibo e di materiale di prima necessità, ingegneri per ripristinare le condutture idriche e l’elettricità, tecnici per l’approntamento di tende ed ospedali da campo, medici ed infermieri per curare i sopravvissuti.
Sulla bacheca di Socialidarity ho letto numerosi posts di ragazzi che si offrono per partire come volontari ad Haiti, precisando, però, di non avere esperienza. La disponibilità e lo slancio altruistico sono indubbiamente doti preziose per l’operatore umanitario, ma non bastano. È molto difficile che un volontario venga impiegato in un’emergenza senza che abbia una profilo professionale definito e soprattutto consolidato. L’organizzazione che dovrebbe reclutarli si troverebbe a pagare il biglietto aereo, il vitto, l’alloggio e l’assicurazione sulla vita senza che il volontario sia in grado di offrire nulla. Le organizzazioni umanitarie agiscono sempre con risorse finanziarie limitate che devono essere spese nel modo più efficiente possibile, cercando di massimizzare i benefici e minimizzare i costi. Nel caso di un volontario senza esperienza all’organizzazione rimarrebbero tanti costi e nessun beneficio.
A questo punto quale è il percorso da seguire per chi è fresco di studi, o per quanti hanno deciso di cambiare la propria “rotta” professionale? Negli ultimi dieci anni le offerte formative nel settore umanitario si sono quasi quadruplicate: si è passati dai generici Corsi post-lauream in Affari Internazionali ai Master in Cooperazione allo sviluppo di cui gli odierni Master in Emergenze sono un’ “emanazione”. L’utilità di una formazione di questo genere è consigliabile per quanti non hanno lauree tecniche (lettere, scienze politiche, sociologia, economia, giurisprudenza, scienze della comunicazione) e pertanto possono sviluppare delle competenze che saranno di supporto alle emergenze.
Ogni organizzazione umanitaria ha nel suo organico personale che si occupa di organizzare, controllare e raccontare le emergenze. Sono figure professionali che gestiscono e controllano i piani finanziari degli interventi; che organizzano la selezione del personale ed il loro trattamento economico e contributivo; che curano la visibilità degli interventi di emergenza con i donatori, sia privati che pubblici e gestiscono i contatti con i mezzi di informazione. Si tratta delle “retrovie” delle emergenze che, pur non operando materialmente sul luogo del disastro, rivestono un ruolo fondamentale nella riuscita degli interventi. Per quanti aspirano ad un ruolo di questo tipo una buona formazione post-universitaria e quindi la frequentazione di un Master, può sicuramente rendere più competitivo il CV.
Per chi, invece, ha studi superiori o universitari di tipo tecnico è più semplice entrare nel mondo della cooperazione allo sviluppo; un medico, un paramedico, un ingegnere, un geometra, un agronomo, un addetto alla logistica hanno possibilità maggiori di essere presi in considerazioni da organizzazioni che operano in progetti di sviluppo. Ai “tecnici” che desiderano intraprendere la strada delle emergenze, consiglio di iniziare, in ogni caso, dalla cooperazione allo sviluppo.
Per i non addetti ai lavori, la cooperazione allo sviluppo è la politica di sostegno ai Paesi in via di sviluppo (PVS) finanziata dai singoli Stati o dalle Organizzazioni Internazionali. Tale politica viene realizzata mediante l’attivazione di programmi o progetti che abbracciano settori strategici della vita del Paese beneficiario come la sanità, l’istruzione, agricoltura, le piccole e medie imprese e l’amministrazione pubblica. I progetti di sviluppo agiscono in Paesi che, seppure caratterizzati da una condizione di vulnerabilità economica generalizzata, non si trovano in fase di emergenza (guerra e catastrofi naturali).
Simona Cavaglieri

05 / 02 / 2010

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