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Thursday, April 27.2017
Socialidarity - cambia vita e lavoro info@socialidarity.it

Venticinque punti su cui riflettere per cambiare vita. Una lunga lista di importanti spunti che possono portare ad un cambiamento radicale della propria vita. Una lettura lunga e impegnativa ma che vale sidcuramnte la pena

1. perché il cambiamento fa paura?

E’ una paura atavica, legata al fatto di abbandonare il noto per l’ignoto. La situazione attuale, per quanto dolorosa, la conosciamo. Sappiamo che cosa ci richiede, abbiamo collaudato un modo di essere e comportarci. Andiamo avanti per inerzia, senza dover mettere in campo troppe energie. I cambiamenti sono impegnativi, anche i più piccoli. E spesso non ne abbiamo voglia. Immaginiamo, per esempio, di sostituire il nostro telefonino con uno più nuovo o che ci potrebbe far risparmiare sulla bolletta. Fatichiamo prima a prendere la decisione e poi ad abituarci ai tasti e alle nuove funzioni. Peggio ancora quando il cambiamento ci mette in discussione. A frenarci in questo caso è la paura di non farcela.

2. Che tipi di cambiamenti esistono?

Attivi: frutto della nostra decisioni (voglio cambiare lavoro).

Reattivi: dipendono da un evento esterno (l’azienda chiude, devo trovare lavoro).

Graduali: meditati e pensati nel tempo.

Radicali: improvvisi e marcati.

3. Quando è urgente cambiare?

Quando la nostra insoddisfazione e i nostri malumori non sono legati a un episodio, ma diventano un “rumore di fondo” che mina il nostro benessere. A tutti capita una giornata storta al lavoro. Ben diversa la situazione se, regolarmente, ci alziamo e non abbiamo nessuna voglia di andare in ufficio. A maggior ragione, se il disagio è sempre più marcato e aumenta col tempo. Quando poi subentrano disturbi psicosomatici, il segnale è chiaro. Fin troppo. Meglio non arrivare fino a questo punto, mettendo a rischio anche la propria salute.

4. come capire se vogliamo cambiare davvero?

«Non salire la scala del successo, per poi accorgerti di averla appoggiata alla parete sbagliata» diceva qualcuno. Questo significa che, prima di tutto, bisogna essere sicuri che i nuovi obiettivi siano in linea con i nostri valori, la nostra vita, i nostri bisogni più profondi. Molto spesso pensiamo di volere una carriera di successo, perché è quello che desiderano per noi i nostri genitori. Oppure ci convinciamo di aver bisogno di una nuova auto, solo perché l’abbiamo vista nel garage di un vicino. A volte, insomma, potremmo scoprire di avere a che fare con un falso problema.

5. Quando siamo noi la causa del nostro fallimento?

Quando ci convinciamo di non poter cambiare, quando diciamo: «Io sono fatto così: non c’è niente da fare». In realtà, quasi senza accorgercene, noi cambiamo mille volte nella vita: gusti, opinioni. E se cambiamo nelle piccole cose, possiamo farlo anche nelle grandi. Ci auto freniamo anche quando la nostra voce interiore ci fa vedere un futuro tutto negativo. Che fare? Quando sentiamo questa voce, immaginiamo di ascoltare una radio e abbassare il cursore del volume. Trucchetto semplice ma efficace, assicurano gli esperti di pnl.

6. cosa succede quando subiamo un cambiamento

Prima di accettare un cambiamento che non abbiamo voluto, mettiamo in atto quattro reazioni tipo:

Prima reazione: si dice no.

Seconda reazione: si fanno delle resistenze non muovendosi nella sua direzione (reazione passiva).

Terza reazione: si mettono in atto comportamenti per ostacolarlo (reazione attiva).

Quarta reazione: lo si accoglie, più o meno consapevolmente e di buon grado (accettazione).

7. Cervello: come trasformarlo da nemico in alleato?

Il nostro cervello rielabora le informazioni che arrivano dall’esterno attraverso i cinque sensi. Nelle sue rielaborazioni, la realtà oggettiva viene costantemente modificata e alterata, anche senza il controllo della coscienza. Questo fa sì che, spesso, timori e false credenze minino alla base il desiderio di cambiare. Attenzione, però: il cervello può anche essere “imbrogliato”. In primo luogo, il cervello non è in grado di fare una distinzione fra un evento reale e uno immaginato molto intensamente. Ecco perché convincersi che un appuntamento importante si risolva a nostro favore è di notevole aiuto. Di più: ha una struttura cibernetica, organizza cioè tutte le risorse, consce e inconsce, per raggiungere la meta che la persona si è prefissata, più o meno consapevolmente. Nel gergo della pnl questa si chiama “profezia autoavverantesi”.

8. Come prepararsi a cambiare?

Primo: pensa positivo. Meglio immaginare il cambiamento come un’opportunità positiva, una sfida, un’avventura. E mai una costrizione, un vincolo. Poi bisogna fare il punto della propria situazione, chiedendo anche il parere delle persone vicine (nella vita privata e sul lavoro). A questo punto, si fissano degli obiettivi. Guai a dire: sto male, cambio. Al contrario, è necessario avere chiari i traguardi da raggiungere, misurando il gap (la distanza) fra la situazione attuale e quella desiderata. Passo fondamentale: tradurre i cambiamenti in parole e cifre. Cioè informarsi sulla situazione e cui si tende (nuovo lavoro, trasferimento, libera impresa…) e cominciare a muoversi concretamente.

9. Il lavoro non ci piace, odiamo i colleghi, ci sentiamo sottostimati. Eppure siamo lì da dieci anni, perché?

Una recente indagine dell’Istituto superiore di sanità ha evidenziato che la stragrande maggioranza degli adolescenti cerca il posto fisso. E alla sicurezza sacrifica la carriera. E se questo vale per i più giovani, figuriamoci per i 30-40enni. Al crescere dell’età, infatti, diminuisce l’attitudine al cambiamento. La situazione economica traballante, poi, non dà certo una mano. E così, ad alternative non entusiasmanti si continua a preferire “quel che passa il convento”. Spesso sbagliando… Infatti ormai il posto non è più fisso per nessuno, nemmeno per statali e bancari. Non conviene più sacrificare il nostro benessere in cambio di garanzie, ormai inesistenti. Meglio rimettersi in gioco e vivere al meglio l’aspetto della vita, il lavoro, che ci impegna per la maggior parte del tempo.

10. Leggiamo tutto sulla libera impresa e abbiamo il business plan pronto, ma non molliamo il posto fisso. Perché?

Sono molte le molle che possono spingere a mettersi in proprio: il desiderio di autonomia, la voglia di svolgere un’attività più piacevole, il bisogno di trasferirsi in una località più gradita… Molti però sono anche freni: la mancanza di soldi e sicurezze, la prospettiva di lavorare anche più di prima, il timore di non essere all’altezza della nuova situazione. Spesso, si parte da un’alta motivazione e una bassa consapevolezza su quanto ci aspetta. Più aumentano le consapevolezze, di solito, scema l’entusiasmo. L’ideale è partire con una buona dose dell’una e dell’altro.

11. Mettersi in proprio: che cosa aiuta?

La situazione meno favorevole è quella di un disoccupato che tenta il grande salto. Più incoraggiante quella di chi lavora già, specialmente nello stesso settore in cui intende intraprendere. In questo caso potrà far valere le sue competenze e contare su relazioni già allacciate (con clienti, fornitori, collaboratori…). Fondamentale, oggi, una conoscenza a 360° del settore e la capacità di sapersi circondare di validi collaboratori. Mai sottovalutare, infine, la necessità di capacità commerciali. Avere un buon prodotto è inutile se non si è in grado di venderlo.

12. E’ vero che senza soldi è impossibile partire?

Per mettersi in proprio più del denaro, contano l’idea e la motivazione. Sono molti i settori in cui gli investimenti monetari sono ridotti (pensiamo alla comunicazione e a Internet). Varie le formule per cominciare: trovare un socio, appoggiarsi a una realtà già esistente, cominciare da un test di mercato… Inoltre si moltiplicano le opportunità di finanziamento (per i giovani, le donne, le zone svantaggiate). La storia dimostra che molte imprese, anche recenti, sono partite in piccolo e poi sono cresciute moltissimo. E che alti capitali iniziali non sono garanzia di successo. Naturalmente, nella maggior parte dei casi bisogna anche mettere in conto un periodo iniziale (più o meno lungo) senza guadagni. Ma anche qui il capitale più importante da investire è un altro. Si chiama tempo, energie, voglia di mettersi in gioco.

13. Che cos’è la paura del successo?

Incredibile, ma vero: un freno alla crescita può arrivare anche dal timore di ottenere dei risultati positivi. Infatti anche la prospettiva di raggiungere l’obiettivo (un lavoro migliore, un partner più desiderato, un trasferimento…) può ingenerare stress. E ancora: a traguardo centrato, possono aumentare le aspettative, soprattutto del mondo esterno. Ci si potrebbe chiedere, per esempio: «Ho scritto un best seller, ma adesso sarò in grado di scriverne un altro?». Non solo: spesso ci disabituiamo a essere felici, perciò viviamo questa condizione con disagio e imbarazzo. E invece serve crearsi oasi di positività e imparare a goderne.

14. E’ in agenda l’incontro che può cambiarci la vita. Come prepararsi?

Immaginate l’incontro nei minimi dettagli, per familiarizzare con esso e preparate al meglio ogni possibile evoluzione. Meglio visualizzare l’evento come un film, pensando che tutto andrà bene. Questo ci aiuterà ad affrontare l’appuntamento con sicurezza. Un altro espediente per affrontare il momento è quello di immaginare il nostro interlocutore in una situazione quotidiana e possibilmente “imbarazzante”. Questo ha l’effetto di demitizzarlo e farlo scendere al nostro livello. E ancora, c’è chi immagina di avere al guinzaglio un ferocissimo puma, pronto ad attaccare al nostro comando.

15. Meglio un cambiamento graduale?

Sì e no. E’ indubbio che a chi vuole mettersi in proprio viene consigliato un periodo di interregno in cui continuare a svolgere l’attività precedente (magari a tempo parziale) e nel frattempo avviare quella nuova. In questo modo si raggiunge un compromesso fra stabilità e cambiamento, sicurezze e rischi. Il rischio però è che la gradualità tolga nerbo alla motivazione. E’ infatti dimostrato che a obiettivo (intermedio) raggiunto si ha un calo di tensione, che porterebbe a lasciarsi andare e adagiarsi sugli allori. Ecco perché bisogna avere una scaletta ben precisa dei propri obiettivi. E guai a farsi distrarre lungo il cammino. Occhio però a cambiamenti meditati a lungo: prendersi troppo tempo spesso vuole dire che non si è convinti fino in fondo.

16. Quanto conta l’autostima nel cambiamento?

E’ la base di tutto. Dobbiamo imparare a stimarci. Perché se non lo faremo noi per primi, di certo non lo faranno gli altri. Se pensiamo di potercela fare, abbiamo ragione. Se pensiamo di non potercela fare, abbiamo ugualmente ragione. Più siamo convinti delle nostre capacità e più siamo disposti a metterci in gioco, più insicuri siamo e meno osiamo rischiare. E’ importante lavorare su se stessi,  su flessibilità, curiosità, positività, resistenza allo stress…

17. Perché per gli altri cambiare è più facile?

Guardiamoci intorno e analizziamo le persone di successo. Chiediamoci come hanno raggiunto i loro obiettivi. A essere onesti con noi stessi, dovremmo ammettere che a fare la differenza (più del talento, della bellezza, della fortuna…) è la determinazione. Nessuno ha avuto successo al primo tentativo. Chi dirige un’impresa sana, può avere alle spalle vari insuccessi. Chi vive un amore felice, ha spesso molto sofferto in passato. Chi ha pubblicato un libro, con le lettere di rifiuto degli editori potrebbe tappezzare una stanza. L’insuccesso fa parte del gioco, anche statisticamente. Bisogna usarlo per capire quali errori non ripetere. E ricordare l’abusata affermazione di Nietzsche: «Quello che non uccide rende più forti».

18. come RENDERE IL CAMBIAMENTO MENO SPAVENTOSO?

Il cambiamento ha mille sfumature e può essere graduale. Assecondarlo significa che siamo vivi. Subirlo come una condanna è invece negativo. Sono poche le strade senza ritorno e, anche cambiando possiamo salvare gli aspetti positivi della nostra situazione attuale.

19. A cambiare aiuta più l’istinto o la ragione?

L’istinto serve all’inizio e alla fine, mentre la ragione interviene nel mezzo. All’inizio scatta qualcosa perché c’è un’insoddisfazione alla spalle o un sogno davanti a noi. La ragione interviene dopo nel governare la direzione del cambiamento. La decisione finale, infine, è come tuffarsi da un trampolino. Il momento esatto del salto lo decide un meccanismo istintivo.

20. Cambiare nel privato è ancora più difficile?

Sì, perché teniamo molto di più alla considerazione di chi amiamo, rispetto a quella di colleghi e superiori. Un cambiamento nella vita personale è molto più impegnativo e destabilizzante, di solito.

21. Come troncare un rapporto sentimentale che non soddisfa più?

Difficile generalizzare entrando in un contesto così intimo. Recenti statistiche dimostrano che aumenta la percentuale di chi lascia il partner solo dopo averne già pronto un altro di riserva. Ciò dimostra che spesso cerchiamo ragioni al di fuori di noi e ci prepariamo paracaduti emotivi pur di non affrontare la solitudine. Va detto, però, che la solitudine può essere ricca di opportunità e che noi possiamo anche trovarci simpatici. Se alla base c’è una situazione di disagio più profondo, leggere Calci nel cuore. Storie di crudeltà e mobbing familiare (di Annamaria Bernardini de Pace, Sperling & Kupfer, 16 euro).

22. Perché continuiamo a rinviare il momento di metterci a dieta?

Il rapporto col cibo pesca in ragioni profonde, legate al nostro modo di essere e al nostro vissuto. Spesso è l’insoddisfazione a rendere il cibo una compensazione. Quando il problema diventa evidente, di solito è già tardi per affrontarlo da soli. Ben venga l’aiuto di persone esperte, ma la vera decisione nasce da dentro. Come in ogni altro campo è di aiuto trovare la modalità più adatta. E così, per dimagrire, si deve scegliere un’attività fisica che non solo fa perdere peso, ma che anche diverte.

23. Come riuscire a smettere di fumare una volta per tutte?

Dannoso, costoso, sempre meno popolare. Eppure la logica non basta: per smettere di fumare serve qualcosa in più. Racconta chi ha smesso: «Tutto sta nella tua volontà. Nessuno ti costringe, la sigaretta non si accende da sola e ti salta in bocca. E’ un oggetto, è passiva, non ha volontà propria.  Basta non comprarla e hai già smesso. Per riuscirci, non bisogna fissare date  o ridurre il numero delle sigarette. Bisogna convincersene veramente e poi farlo».

24. La routine ci soffoca. Come invertire il trend?

Cominciate dalle piccole cose. Iniziate dalle abitudini di ogni giorno e allenatevi al cambiamento. Come? Basta modificare, almeno una volta alla settimana, un’abitudine per il semplice gusto di farlo. Esempio: cambiare il percorso per andare al lavoro, la posizione del computer o la parte del letto in cui si dorme aiuta la mente ad abituarsi al diverso. Così è utile leggere nuovi giornali, concedersi almeno una sera alla settimana per socializzare con persone nuove,  frequentare un corso,  provare ristoranti etnici mai sperimentati. Più ci apriamo al cambiamento, meno ci farà paura.

25. CHE COSA FARE PER CAMBIARE DAVVERO?

Dobbiamo soddisfare la nostra curiosità, prima di essere perseguitati dai dubbi («Come sarebbe andata quella volta se avessi osato…?»). Meglio i ripensamenti che i rimpianti. Immaginiamo di continuare la nostra vita insoddisfacente fino a quando saremo ormai diventati vecchi, e chiediamoci se era davvero quella la vita che avremmo voluto vivere. Poi pensiamo che era solo un brutto sogno e sorridiamo: siamo ancora in tempo per cambiare. Ed è proprio oggi il primo giorno della nostra nuova vita.

 

 

http://millionaire.it/25-mosse-per-cambiare-vita-e-lavoro/

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