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Friday, February 24.2017
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L’organizzazione di Gino Strada è molto, molto italiana. Non esistono ong internazionali con la stessa vis polemica, la stessa caratterizzazione politica e ideologica, e per trovare uno spirito di partito simile bisogna scandagliare la piccola armata di organizzazioni confessionali e settarie, chiese del dodicesimo o trentesimo giorno, missioni dove la tazza di latte e il piatto di broda arrivano solo con il pegno dell’adesione.

Gino Strada ha insistito spesso, in questi giorni sul ruolo di “testimone” e per di più scomodo, della sua organizzazione in Afghanistan. Il tema della “testimonianza” è quello attorno a cui si consumò, alla fine degli anni Settanta, la rottura tra Bernard Kouchner e l’organizzazione che aveva fondato, Médecins Sans Frontières. Occasione della rottura fu una missione, fortemente voluta da Kouchner, in soccorso dei boat people vietnamiti, che venne ritenuta da altri, nell’organizzazione, un’operazione troppo, se non esclusivamente, mediatica.

Dalle polemiche venne la scissione, e nacque Médecins du Monde, che rimprovera a Msf, premio Nobel nel ’99, di separare eccessivamente l’aiuto umanitario e la denuncia politica. Com’è noto, Msf, il cui responsabile italiano, Carlo Urbani, morì nel 2003 dopo essersi impegnato nell’emergenza Sars in Vietnam, va ovunque, stringe le mani a chiunque, e si prefigge un solo scopo: aiutare chi ha bisogno. Legittimamente, Gino Strada la pensa altrimenti: che senso ha curare i feriti se non fermo la catena di montaggio della violenza che riempie i miei ospedali di feriti?

Legittimamente, questo ruolo di testimonianza comporta una certa scomodità. Nella quale non incorrono altre ong, diciamo più silenti. Non vi incorrono ad esempio le italiane Intersos, Cesvi, Aispo, né Coopi, che ha numerosi progetti proprio a Kandahar, e dunque in un’area tutt’altro che tranquilla.

C’è, però, il fatto che la “comodità” delle tante ong internazionali che operano in Afghanistan si rivela “scomodità” se guardata dall’altro lato della barricata: dal 1997 al 2003 in Afghanistan hanno perso la vita, violentemente, 36 operatori umanitari. E non per opera dei servizi segreti né degli organi di polizia del governo nato nel 2001 sulle ceneri del regime talebano.

C’è poi qualcosa da dire sulla “testimonianza”. Che ha un suo valore morale indiscutibile quando non è strabica, quando cioè non guarda in faccia nessuno, se non le vittime. Giustamente Emergency rivendica non solo il diritto ma anche il dovere di curare chiunque, ci mancherebbe altro. Ma per quanto riguarda la vocazione forte a essere testimoni, c’è qualcosa che non va.

C’è che Emergency era una delle poche, se non la sola, ong presenti a Kabul nel ’99 e nel 2000, in pieno regime talebano. Era una città da cui erano scappati persino il direttore del museo e quello dello zoo, in cui si nascondevano persino i fabbricanti di aquiloni e i cantanti, ed Emergency apriva il suo ospedale. Giusto, perché ce n’era bisogno. Ma la testimonianza? Non succedeva nulla che meritasse di essere testimoniato?

E' possibile leggere per intero l'articolo su http://sottoosservazione.wordpress.com/

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